METAMÓRPHŌSIS

Rita Cirrincione e Annalisa Maggiani

1385116123In una narrazione a due voci, le autrici raccontano METAMÓRPHŌSIS Performance Project, progetto di dmt, butoh e teatrodanza svoltosi nell’arco di un biennio tra Palermo e Berlino e conclusosi con le performance di cui pubblichiamo i video.METAMÓRPHŌSIS
I due racconti procedono paralleli, a volte intrecciandosi e richiamandosi: il primo, più descrittivo, narra la genesi, la motivazione e la struttura del progetto; il secondo, quello di Annalisa Maggiani, si sofferma sui riferimenti concettuali e metodologici, sulle intuizioni artistiche e le soluzioni registiche.

METAMÓRPHŌSIS

di Rita Cirrincione

Ciascuno cresce solo se sognato
Danilo Dolci

Metamórphōsis è nato da un sogno e dal potere germinativo di un incontro. Quando, al Convegno APID di Roma del 2010, Annalisa Maggiani ha presentato il video della performance sul tema della migrazione Partir partir bisogna, ho avuto una specie di insight: “Ecco! È qualcosa del genere che mi piacerebbe fare a Palermo!”
Nello spettacolo di teatro-danza presso la stazione di Nollendorfplaz di Berlino si assisteva a un vero e proprio rituale collettivo e, grazie anche alla prospettiva della DMT con la sua attenzione all’immaginario simbolico e ai temi archetipici, quello che prima appariva come un non-luogo, uno spazio di transito, di non contatto per antonomasia qual è una fermata di metropolitana, a poco a poco, con la messa in moto di meccanismi di riappropriazione identitaria e con il comporsi di un tessuto relazionale frammentato tra passanti che prima transitavano frettolosi e assorti, si trasforma in un luogo di incontro e di scambio.
Pensare che le cose possano cambiare se c’è movimento, ritenere che ci sia una stretta connessione tra psyche epolis, concepire il corpo abitato come corpo politico, attribuire all’atto artistico un valore etico, sperimentare l’incontro tra diversi linguaggi, portare la DMT fuori dal setting canonico, “sporcarla” mettendola a contatto con la realtà sociale in presa diretta, ricercare nuovi spazi/modi di espressione per raccontare la mia città e per contribuire a mettere in moto meccanismi trasformativi in una Palermo solare e tragica, immobile e arcaica e, al tempo stesso, in grado di stimolare creatività e ricerca: questo era il nostro[1] background che, incontrandosi con la personalità artistica di Annalisa, ha avviato il processo di elaborazione di Metamόrphōsis.
Nella prima mail, nella quale invito Annalisa – che non conoscevo – a partecipare alla realizzazione di un progetto a Palermo – che lei non conosce – descrivo una città contraddittoria che mescola degrado e sontuosità, refrattaria al cambiamento ma anche avanguardia culturale e laboratorio di idee. Le cito, anche, alcuni artisti che recentemente ne hanno subìto la suggestione e l’hanno scelta come città-simbolo dei “Sud del mondo” ma anche come emblemadelle contraddizioni della società contemporanea: Pina Bausch con Palermo Palermo, ritratto danzato di una città offesa e al tempo stesso vitale; Wim Wenders che con Palermo Shooting fa una riflessione sull’uomo, sulla vita e sulla morte a partire dagli incontri e dalle visioni avuti in questa città.

Metamόrphōsis – I fase: dal Partir partir al Restar restar

Annalisa accetta la sfida, e così ha inizio un lavoro di confronto e di scambio in cui, a poco a poco, si delinea e cresce un possibile percorso, inevitabilmente concepito come work in progress. Alla fine, dalla tematica del “Partir” si arriva a quella del “Restar”, per resistere e restare in questa città: non un restare chiuso e autoreferenziale, non un restare immobile, ma un restare dinamico e aperto al confronto e al cambiamento. Da qui Metamόrphōsis, come processo trasformativo, con uno sguardo binoculare rivolto verso l’interno, in un percorso di mutazione individuale, e verso l’esterno, cercando di mettere in moto piccoli cambiamenti simbolici che, come per un virtuoso “effetto farfalla”, possano innescare processi innovativi nella realtà circostante. Dunque, restare per cambiare o, meglio, cambiare per restare, nella libertà di andare, ma anche di rimanere, di ritornare, di venire.
Nell’aprile del 2011, con un conferenza a Palazzo Jung – sede della Provincia regionale di Palermo – viene presentato Metamόrphōsis Performance Project. Oltre ad Annalisa e a noi, partecipano all’incontro – moderato da Daniela Cecchini, giornalista e critico di danza, attenta conoscitrice della realtà artistico-culturale di Palermo – alcune personalit&` significative rispetto ai contenuti del progetto: Giovanni Salonia, responsabile della Scuola di Psicoterapia della Gestalt, il cui approccio terapeutico considera il contatto con la realtà corporea fondamento primario dell’esperienza umana; Sayoko Onishi, coreografa e danzatrice butoh, approdata per amore a Palermo, dove ha fatto conoscere questa forma di teatro-danza (che pratico e che Annalisa integra nel suo lavoro di danzaterapeuta) in cui è centrale il tema della metamorfosi; Titti De Simone, giornalista e scrittrice, che nel suo recente libro-intervista a Emma Dante racconta la scelta della regista e drammaturga palermitana che, invertendo il flusso in uscita di tanti artisti e intellettuali, “resiste e rimane” a Palermo.
Nei giorni successivi si svolge il primo workshop intensivo condotto da Annalisa nel quale “attraverso un lavoro sul corpo e sulla voce, integrando la metodologia della DanzaMovimentoTerapia con elementi di Movimento Autentico e con tecniche di Teatro-Danza e di Butoh, viene esplorata la tematica della Metamorfosi e della Trasformazione come spazio/tempo in cui cambiar pelle: le metamorfosi si incorporano e nuove forme corporee generano nuove modalità di essere”[2].
Intanto abbiamo modo di conoscerci e di farle conoscere i diversi volti di Palermo: emergono i primi spunti e le prime suggestioni per le fasi successive, si delineano le prime idee che andranno a costituire la performance. Annalisa riparte. Segue quasi un anno di pausa: momento di sospensione e di riflessione in cui lasciar sedimentare gli stimoli messi in movimento e far maturare i diversi nuclei disseminati.
Metamόrphōsis – fase intermedia

L’anno seguente (febbraio/marzo 2012) riprendiamo il filo con persone e idee, organizzando e conducendo dei momenti laboratoriali intermedi, ideati e condotti dalle colleghe di Kairòs, Delizia Alessandra e Anna Lucia Di Fede, e da me. Prosegue l’esplorazione di piccole e grandi trasformazioni in un dialogo tra mondo interno e mondo esterno.

Metamόrphōsis – II fase e performance: dal corpo individuale al corpo collettivo

“Lambire altri porti…”, “Uscire all’aria aperta…”, “Mi rimetto in cammino…”, “Voglio aria fredda e umida”, Continuo il mio viaggio…”: queste, alcune frasi emerse nel corso del primo workshop. Durante la verbalizzazione finale lo sguardo di uno dei partecipanti si allunga, varca le pareti della sala, va fuori, oltre i confini della città, verso il mare.
È da qui che l’anno successivo ripartiamo, dall’andare oltre e dal portare fuori le testimonianze e i bisogni interni espressi e condivisi nel gruppo.
Il nostro stato interiore, la nostra sofferenza o il nostro benessere, non nascono solo nel chiuso della nostra storia personale ma si nutrono di quanto accade nella comunità che ci circonda e, allo stesso tempo, la condizionano in un incessante processo di influenzamento reciproco.
Nel processo “binoculare” di cambiamento giocato tra dentro e fuori, tra le polarità individuale/collettivo, adesso ci spostiamo “lì fuori”…
Durante il secondo workshop (aprile 2012), Annalisa incentra il laboratorio e il lavoro propedeutico alla performance sull’ improvvisazione come momento creativo di trasformazione”.
Movimenti, gesti, parole, testimonianze di bisogni profondi, desideri di cambiamento e di rinascita nati nell’intimità del gruppo sono pronti per uscire dall’isolamento, per essere mostrati allo sguardo esterno ed entrare in risonanza con quelli del pubblico.
Per esporre questi “nuclei caldi” abbiamo scelto un supporto dal forte valore simbolico, il lenzuolo, un materialeintimo strettamente legato a eventi cruciali della nostra esistenza – il riposo, la malattia, la nascita, l’intimità sessuale, la morte – che in determinati momenti viene mostrato in pubblico, steso al sole e all’aria[3].
Come setting esterno: il chiostro della Chiesa di Santa Maria del Carmine a Ballarò, luogo emblematico di una Palermo fra tradizioni da conservare e degrado da rimuovere; metafora di un “dentro” e di un “fuori” con cui abbiamo dialogato nel corso del progetto. Incastonato all’interno di uno dei più antichi mercati storici di Palermo – cuore pulsante di una comunità sempre più multietnica, sede di piccole attività commerciali ma anche centro di traffici illeciti – il chiostro rappresenta un’isola di pace e di calma all’interno del brulichio di una umanità affaccendata e vociante.
La performance si apre nello spazio interno della sagrestia: i performer al suolo, come crisalidi disseminate, sono avvolti nel lenzuolo/bozzolo impregnato delle tracce delle precedenti metamorfosi corporee. Annalisa – presenzafemminile archetipica, levatrice/deus ex machina – vigila sul lento processo di mutazione e di rinascita.
Uscendo dal bozzolo i performer vengono alla luce e migrano lentamente verso il chiostro esterno come verso una terra nuova e sconosciuta, mentre una voce recitante ripete le parole di cambiamento scaturite durante i laboratori, come una dichiarazione dei diritti dell’uomo. Qui i lenzuoli diventano spazio scenico su cui ciascuno danza il proprio assolo. Il pubblico/spettatore, entrando nello spazio performativo, ha la possibilità di lasciare tracce di proprie piccole e grandi metamorfosi trascrivendole su lenzuoli lasciati appositamente bianchi o affidandole ai “pizzini” distribuiti da Annalisa che lei stessa leggerà. Stesi all’aria aperta, testimoni e depositari del processo vissuto, fanno da cornice e da sfondo al rito finale della danza collettiva.

 Palermo-Berlino

Abbiamo lasciato uno spazio aperto per dare voce ad altre partenze, a idee che vogliono disseminarsi, idee migranti. E così, anche Berlino ha avuto le sue lenzuola bianche. Si è creato un ponte, una corrispondenza disogni e bisogni, tra due citt&` di confine, una correlazione evocata inconsapevolmente da quel riferimento iniziale allo spettacolo di Pina Bausch su Palermo dove una enorme parete di mattoni, in sostituzione del sipario, crolla in modo dirompente sul palcoscenico, chiara metafora della condizione di una città che, spinta da forti istanze di rinnovamento, cerca di fare breccia sul pesante passato mafioso, ma anche inevitabile richiamo al crollo del muro di Berlino.
Palermo e Berlino: l’una, fino a un recente passato, confine tra est e ovest, tra un chiuso mondo postcomunista e il tanto agognato occidente capitalista; l’altra, città di confine in un sud ancora in cerca di riscatto, che diventa il nord per popoli migranti da un sud ancora più sud e ancora più disperato; due territori di frontiera, terre di incontro di popoli, esempio di continue trasformazioni e di metamorfosi ancora da attuare.
Metamόrphōsis è stato un viaggio da un pelle-confine del territorio del nostro corpo individuale, a un confine di un territorio relazionale più vasto che sconfina oltre le frontiere convenzionali: dal corpo individuale al corpo collettivo verso un’idea di Danzamovimentoterapia e di Teatrodanza civile.

Il corpo vissuto, dicevamo, è un corpo politico; anche lo spazio vissuto diventa spazio politico!

[1]Nei passaggi in cui uso la prima persona plurale, mi riferisco anche alle colleghe DMT dell’Associazione Kairòs -Associazione Culturale per la Ricerca e la Divulgazione della DanzaMovimentoTerapia- Delizia Alessandra e Anna Lucia Di Fede con le quali ho condiviso l’ideazione e l’organizzazione del progetto.

[2]Il virgolettato in corsivo-grassetto di questa pagina e delle seguenti riprende alcuni termini o passaggi del testo  delle brochure elaborati da Annalisa Maggiani per i workshops di Metamόrphōsis.

 

[3]La scelta del lenzuolo per Palermo si arricchisce di una valenza speciale e di connotazione civile: dopo le stragi del ‘92, sull’onda del dolore, dell’indignazione e della rivolta morale costituimmo il Comitato dei lenzuoli che utilizzò questo materiale come supporto per scrivere e per mostrare la nostra rabbia e la nostra indignazione.

 


METAMÓRPHŌS

di Annalisa Maggiani

È come mettere in piazza una utopia, un desiderio di vedere la metamorfosi in atto…

 

“Tacito amico delle molte lontananze, senti

come lo spazio accresci ad ogni tuo respiro.

Ciò che ti consuma diverrà forza grazie a questo cibo.

Tu entra ed esci dalla metamorfosi…”

Rainer Maria Rilke, Sonetti ad Orfeo, XXIX

 

Come ripercorrere la densità di un’esperienza durata due anni, concretizzatasi in due Performance collettive, Reality-show e ancora in movimento? Dove il piano del reale, del qui-e-ora delle emozioni ma anche del pensiero sulla propria metamorfosi si è intrecciato al movimento concreto della metamorfosi?
É come mettere in piazza una utopia, un desiderio di vedere la metamorfosi in atto, in danza, un augurio, un rituale per aprirci al processo di trasformazione iniziando dal respiro, qui ed ora, continuando con il processo cognitivo scrivendo la nostra metamorfosi.

Palermo – Il laboratorio

Attraverso il linguaggio della danza butoh siamo diventati varie “forme” della vita, abbiamo incorporato il sogno di un embrione e dei suoi passaggi: conchiglia, pesce, lucertola, tigre, bimbo…
Ci siamo lasciati diventare pietra e goccia d´acqua e onda.
La metamorfosi pietra-onda-acqua é stata molto forte: dal centro del corpo l´acqua, lasciata fluire, può portare il flusso più libero, nuove possibilità di flessibilità; se dal centro la pietra e il flusso tenuto si irradiano, allora tutto diventa più concentrato e diretto allo scopo.
L´integrazione degli opposti é la via per un equilibrio di flussi e tensione tra ricerca e scopo.
Il progetto di Palermo conclusosi con la performance al Chiostro di Ballarò, é stato ispirazione per un´altra Performance a Berlino sulle Metamorfosi: le lenzuola di Palermo insieme con alcune Performerinnen sono “migrate” e si sono unite a nuovi temi.

 

Le Metamorfosi, le grandi e le piccole

Il progetto Metamorfosi  é stato un omaggio “alle necessarie metamorfosi, ai sogni rimasti impregnati nelle lenzuola” come scritto nella presentazione al pubblico a Berlino. L´immagine che a Palermo ho avuto, ispirata dalla mediterraneità che ha ispirato a sua volta questa parte del lavoro, sono state lenzuola stese dove si potessero intravedere i sogni o gli incubi di ognuno: le lenzuola sono state  luogo in cui scrivere le proprie parole sulle metamorfosi.
A Berlino l´immagine  era  la Stazione trasformata in una piazza con i “panni sporchi” stesi: parole intime condivise, gesti accolti, raccolti, rispecchiati, un rituale collettivo della trasformazione e della condivisione…
Come avevo scritto ai cari “iodanzononostante” a cui per web chiedevo: “Da lontano scrivete una parola di trasformazione, magari anche sul vetro appannato di un  treno…”,
Elena Rovagnati ha aggiunto la poesia di Rilke “In der Verwandlung in und aus gehen… ich rinne..Palermo-Berlino” – “Andare dentro e fuori nella metamorfosi…”
Ed era esattamente quello che avevamo scritto sul foglio di sala per Berlino-Stazione della metropolitana Nollendorfplatz: ”per la metamorfosi: ritirarsi dentro e andare fuori”!
A Berlino il tema della metamorfosi – la capacità di trasformazione che é insita in ogni organismo vivente e segno della creatività – si é intrecciata al tema della  migrazione: “ogni migrazione ha bisogno di una capacità di metamorfosi e in ogni persona c’è sempre di nuovo Tempo per migrazioni interne: un Omaggio alle necessarie metamorfosi…”

 

Palermo-Berlino: portare nei luoghi il movimento della trasformazione  

La mia idea era quella di portare in un luogo di passaggio il respiro, il movimento lentissimo di Trasformazione della Crisalide con l´immagine della vita che si dispiega lentamente, sempre continuamente in nuove forme.
La Natura ci mostra questo processo; la scommessa é se noi, con lo spazio ed il tempo della performance che crea un setting preciso, riusciamo a vivere questo processo in un rituale collettivo: portare alla luce quello che sempre é in ombra, nella fucina della trasformazione.
Con il nostro progetto abbiamo voluto dare luce e voce al processo “prima” della forma definita, del prodotto, a quel momento impalpabile e sfuggente che Silvano Arieti chiama “Endocetto”.
La prima fase del lavoro si basa sul pattern di movimento che sostiene il cambiamento e che é nel potenziale di ogni respiro – anche in quello cellulare – uno dei modelli di movimento più arcaici, che fanno parte dell´”essere”, ancora prima del “fare” consapevole.  Questi modelli di movimento legati alle prime tre connessioni corporee e sviluppati da Peggy Hackney mi hanno ispirato nella prima parte della performance in cui i danzatori “stavano in contatto del loro respiro”, del loro flusso di tensione e del loro flusso di forma, partecipi, attivi e ricettivi della trasformazione che é  in atto in ogni momento.
L’altra idea era quella di creare un luogo protetto della trasformazione, un luogo che é come “casa” quando si gioca da bambini ad acchiapparsi.
A Berlino questa immagine si é concretizzata nell´Installazione “Crisalidi” dell´artista Carmen Bertacchi: una “cellula madre” con una danzatrice dentro che per tutta la durata della performance danza il flusso della forma fluente e della tensione, e poi alcune tracce intorno di crisalidi vuote, tracce che preannunciano un movimento-altrove con altre danzatrici-crisalidi “sparse” sulla terra dentro la stanza come all´interno della stazione della metró. Ogni “crisalide” nella danza tra flusso di forma e di tensione viveva questo “tirare dentro e uscire fuori”.
Il pubblico ha preso un ritmo più lento, ha cominciato a sentire lo spazio interno e si è cominciato ad aprire, ad accogliere i bigliettini che gli venivano dati, dove poteva scrivere sulla trasformazione e che poteva anche dipingere sulle lenzuola.
Come ha scritto Marion Milner nell´”Alba dell´eternità”, esperendo lo  spazio interno, quello esterno acquista in profondità e in realtà, connettendosi profondamente al primo.


I “Pizzini”- Le frasi di trasformazione

A Palermo abbiamo  fatto  una serie di seminari esperienziali in cui  dal movimento sono state tirate fuori le immagini e le parole legate alla metamorfosi di ogni partecipante.
A Berlino, durante le prove, i danzatori-performer coinvolti hanno tirato fuori le proprie parole e il proprio tema individuale da scrivere sul lenzuolo in cui erano avvolti nella performance.
In entrambi i luoghi – chiostro a Palermo e metropolitana a Berlino – si é chiesto alle persone del pubblico di scrivere, in bigliettini che venivano distribuiti, la propria metamorfosi e la propria idea di metamorfosi.
L´idea del bigliettino é nata a Palermo pensando ai “pizzini”, i bigliettini utilizzati dai mafiosi in carcere per comunicare con l’esterno, e ho pensato ad una “metamorfosi di significato” nel momento in cui questi “pizzini” vengono usati come mezzo-ponte dal singolo alla collettività.
A Palermo in tanti hanno scritto e poi questi bigliettini sono stati poi aperti, letti, urlati, portati “Fuori”; anche a Berlino in tanti – dal Barbone all´Intellettuale –  hanno scritto e questa azione è stato vissuta con tale solennità che mi sono sentita come in una chiesa, come una sacerdotessa che raccoglie in un rituale laico le confessioni: tanti del pubblico hanno  portato e messo dentro il cappello che tenevo in mano, come un contenitore, i loro bigliettini con le loro idee di trasformazione racchiuse ed in quel momento ho sentito una sacralità nel gesto di portare la propria idea o la propria storia e metterla insieme a tante altre in un unico involucro.
E quello che é stato scritto era di un significato molto profondo: ho capito che il rituale collettivo era in atto e ha preso la sua forma poi nella danza collettiva.

Ecco alcuni biglietti del pubblico (tradotti):
Creatura torturata, innalzati”, “Scoprire il nuovo!”, “Meta-Rosen”, “Dafne nell´albero di alloro”, “Amore”, “Io sono ferito”, “Perdono, Scusarsi, Debolezze, Anelare (Wagnis), Rischio, Libertà”, “Molto interessante! Ci si potrebbe di nuovo unire alla vita autentica-lontano dalla fretta della grande cittá”, “1000000 Metamorfosi indipendenti l´una dall´altra danno l´impressione di grande Stabilitá”, “Trasformazione=metamorfosi“, “Morphé, la forma-Gestalt che cambia così come noi tutti cambiamo le nostre forme-Gestalt nel corso della vita, alcuni cercano ciò con dolore, altri lo fanno in modo inconscio”, “Mancanza”.

 

La metamorfosi

Un’attrice ha letto al microfono con voce ferma, chiara e forte i bigliettini lasciati dal pubblico come una “dichiarazione dei diritti dell´uomo”, oggettiva, segno della necessità della trasformazione, della sua estrema individualità, segno per le Performerin dell´uscita dai bozzoli.
Parallela alla oggettività della voce si é dispiegata la soggettività degli “assolo” di ognuno,  creando così una visione di piazza a più dimensioni: le Performerin uscendo dal bozzolo hanno portato in piazza il loro desiderio individuale di trasformazione, in connessione con la propria vita e contemporaneamente il pubblico é stato invitato a dipingere le proprie frasi sulle lenzuola. La performance si é trasformata in momento collettivo, condiviso: momento archetipico di Metamόrphōsis.
Infine si sono appese le lenzuola nella metropolitana ed é stato questo il momento finale, catartico di condivisione e appartenenza: un luogo di passaggio anonimo si é trasformato in una piazza. Il pubblico ha danzato insieme allePerformerin: ”Essere in cambiamento”, aderente alla vita… Living is change!

 

Note personali

Attraverso una storia dove l´intreccio delle mie emozioni ed il lato cognitivo della realizzazione vanno di pari passo….

Anch´io sono su una terra di confine, di trasformazione e metamorfosi;  il mio processo di creazione artistica mi é necessario per elaborare il sapere, il lato terapeutico che, a sua volta, nutre quello  artistico.
L´approccio danzaterapeutico di “incorporare i concetti” ha ispirato e nutrito l´approccio fenomenologico  nella performance.
Molti anni fa iniziai a danzare con l´amore per l´energia che il corpo può sprigionare e per la sua capacità estrema di comunicazione. Il teatro di strada mi ha insegnato l´umiltà legata alla trasformazione dell´energia dell´attore-danzatore vicino al suo pubblico, capace di coglierlo e rapirlo ma anche di farsene “influenzare” entrando, in qualche modo, in un dialogo, in  una sorta di rispecchiamento reciproco.
Sento la grande potenzialità di lavorare in strada come sui treni e nelle metropolitane. Oltre il teatro, il luogo della performance é in ogni luogo: da quelli metropolitani, in cui il dialogo con l´architettura é importante per dare la possibilità di vivere luoghi quotidiani in modo non-quotidiano e, come diceva Novalis, “scoprire l´ignoto nel noto..” o per farne sentire ancora di più l´appartenenza perché vissuti in modo “altro” e più vicino a noi stessi; ai luoghi naturali che ci offrono nuove ispirazioni così che una stessa performance può essere in continua trasformazione a seconda del luogo.
Incontrando la danza Butoh e studiando con molti maestri, entrando poi in compagnia con Yumiko Yoshioka, del butoh mi ha  colpito la capacità di metamorfosi del danzatore, la sua estrema umiltà nell´entrare in contatto con parti di se stesso dimenticate, la flessibilità di cogliere e accogliere l´esistenza nelle sue tante forme: un corpo alchemico che sa entrare in contatto con i luoghi e farsene “imprimere”.
Con le Mkadme dei Gnawa (le donne che presiedono il rituale Gnawa, in Marocco) ho conosciuto l´estrema capacità di contenimento che il corpo può trasmettere per dare la possibilità ad altri di lasciarsi andare al rituale.
Nella danzamovimentoterapia ritrovo il corpo nella sua possibilità di comunicazione, di espressione e impressione e, spesso, mi trovo di fronte a coreografie e danze e movimenti, silenzi e vuoti e rispecchiamenti come di fronte al miracolo primordiale della vita e della sua trasformazione.